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Pizzo Badile, parete nord-est (1)

immagine generica

Una prima assoluta. Una scalata ai limiti dell'impossibile. E la montagna che alla fine chiede il conto. Ancora una volta Riccardo cassin è protagonista di un'impresa eccezionale. Questa volta però il prezzo da pagare è altissimo.

Il 1937 è l'anno del Pizzo Badile. 3308 metri di massiccio granito, spartiacque tra Italia e Svizzera, nel gruppo del Masino-Bregaglia. E protagonista sull'immane parete nord-est è una cordata tutta italiana. Riccardo Cassin con l'inseparabile Vittorio Ratti e Gino Esposito, al cospetto dei 900 metri della scura lavagna che sprofonda nell ghiacciaio della val Bondasca, scriveranno una delle pagine più belle, intense e drammatiche dell'alpinismo degli anni '30.

Alla fine di giugno la prima salita al rifugio Sciora. Due giorni segnati dal maltempo e il tentativo rimandato di una settimana. Una settimana agitata per Cassin. Al rifugio sono infatti rimasti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, comaschi già frequentatori della Grigna e grandi conoscitori delle montagne del Masino. Al loro terzo tentativo in parete.

Il 12 luglio finalmente l'agognata partenza. E al rifugio il sospiro di sollievo. I comaschi sono ancora li, dopo sette giorni di lotta con freddo e umidità. La sfida per la prima sulla nord-est può finalmente avere il via. Nei giorni successivi il tempo resta inclemente e un tentativo non è possibile. Si prende quindi confidenza con il granito, su e giu per lo spigolo nord, con gli occhi e la mente proiettati sul muro verticale della parete li a fianco.

Già, la parete. Un gigantesco badile che balza dal ghiacciaio. Si divide in tre parti, il primo terzo è costituito da lastroni inclinati, ripidissimi. La parte mediana ha un nero colatoio spesso battuto da scariche. La terza è solcata invece da lunghi camini e colatoi paralleli.

Sono vari gli episodi che Cassin ricorda e racconta di quei giorni di attesa, ma il più significativo narra di una scoperta gradita. In discesa dallo spigolo tre camosci giacciono morti travolti da una valanga ai piedi della parete. Le bestie hanno le pance gonfie dalla fermentazione delle interiore, ma la carne deve essere ottima, così com'è frollata dal ghiaccio.

La decisione è subito presa. Con la piccozza Riccardo ne stacca un cosciotto e lo trascina fino al rifugio, suscitando il disgusto di tutti i presenti. Ma non durerà molto. Una volta scuoiata la carne e messa a bollire in padella, il profumo metterà tutti d'accordo e la serata si colorerà di allegria con Cassin a fare il prezioso dicendo che il cosciotto è tutto suo, e gli altri a pregarlo di lasciarne almeno un pezzetto. Alla fine sarà una grande cena, nella quale ognuno parteciperà con quel poco che quei tempi permettevano di portare nel sacco da monatgna.  

La mattina del 14 luglio la sveglia suona alle 2. Fuori è buio e c'è acqua dappertutto. L'attesa è snervante, il desiderio d'azione incombe. E nessuno riesce più a dormire. Fino a che Molteni e Valsecchi annunciano l'intenzione di uscire a fare un giro. Verso le sette però ci si accorge che in realtà i comaschi hanno attaccato la parete. Subito la decisione e la partenza. E poco dopo i tre lecchesi sono all'attacco della nord-est mentre il cielo, nel frattempo, è quasi tutto sereno.

E' abbastanza un'ora di arrampicata e 100 metri di roccia per superare la cordata dei comaschi, che procede sulla destra. Un blocco, un diedro inclinato ed una serie di rovesciati fino alla prima parete verticale che conduce al primo posto da bivacco. Anche se è presto la decisione è presa, ci si ferma li. Sul tardi Molteni e Valsecchi si aggiungono alla compagnia, il ripiano è largo e tutti ci stanno comodi.

La notte è tranquilla e alle cinque c'è vita sul pianerottolo. Ma mentre si sta per partire, ecco la proposta sconcertante. Molteni chiede a Cassin di unire le cordate, evidentemente lui e Valsecchi non se la sentono di proseguire da soli. Una cordata di 5 persone è illogica per una parete di quel genere, rischia di rallentare troppo l'ascesa. Ma i tre lecchesi non sanno dire di no. E sarà un errore.

Nonostante la pesantezza però, i primi tiri di corda filano via veloci. L'ascesa è un continuo traversare da un colatoio all'altro salendo per uno o due tiri ciascuno. Ma mentre Cassin è intento ad attraversarne uno, si sente uno scoppio secco, un sibilo sommesso e una specie di boato sotterraneo. Un masso enorme sta precipitando per il colatoio. Subito il capocordata urla di tenere le corde e si getta volando sotto allo strapiombo. Una pioggia di schegge investe i 5 alpinisti ma fortunatamente tutti sono illesi. Meno il sacco di Molteni, squarciato da una scheggia. Viveri, chiodi, vestiti, tutto è finito nell'abisso.

I minuti successivi sembrano ore, ma bisogna muoversi e la marcia procede. Le difficoltà sono elevate e i comaschi iniziano a dare segni di stanchezza. Ma la posizione non è sicura. Bisogna innalzarsi fino a raggiungere un posto sicuro per bivaccare. Il cielo non è più quello del giorno prima, nubi compatte e folate di nebbia si addensano sulla parete. E' fin troppo chiaro cosa sta per scatenarsi.

La ricerca del bivacco è spasmodica e le forze allo stremo. Ma verso le 21 la caccia ha finalmente termine e ci si può almeno sedere. Ma basta un attimo per rendersi conto che la situazione non è tranquilla. I comaschi non hanno più viveri ne indumenti da montagna. E sembrano patire esageratamente la scalata.

 

Massimiliano Meroni

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