Salta navigazione.
Ultima rilevazione: 2008-07-25 07.00.00 (UTC/GMT: +5.45) -- Temperatura esterna: -11.6 °C -- Umidità: 66.7 % -- Vento direzione: 141.7 > -- Vento intensità: 0.5 m/s -- Pressione: 385.3 hPa -- Radiazione solare globale: 313.3 W/m2 -- Radiazione UVA: 14.9 W/m2

L'esplorazione sul Kanchenjunga

immagine generica

Soprannaturale e anche un po' sinistro. L'alone di mistero che circonda il Kanchenjunga come montagna sacra, lascia uno strascico anche sulle spedizioni che hanno provato - e poche volte sono riuscite - a salire le sue pareti. A partire da quella guidata da Aleister Crowley, fondatore del moderno occultismo e noto esponente del satanismo.

Crowley, artista inglese noto per le inquietanti attività occulte e le smanie di grandezza, fu anche un attivo alpinista. Inventò un chiodo da ghiaccio, partecipò a una spedizione esplorativa sul K2 e nel 1905 partì per il Kanchenjunga insieme a Jules Jacot Guillarmod, C. Reimond, A. Pache e Irigo De Righi.

Fu il primo gruppo di alpinisti che "osò" mettere le mani su quelle imponenti pareti, sei anni dopo che Douglas William Freshfield e il fotografo italiano Vittorio Sella compirono il periplo del massiccio documentandone le pendici.

La spedizione di Crowley si circondò di un alone nefasto. E non andò molto lontano. Violenze sui portatori, incidenti mortali e valanghe si abbatterono sul gruppo. Mentre si racconta che durante la notte, i componenti, terrorizzati, fuggivano dalla montagna. E poco a poco, la spedizione andò in pezzi. La quota massima raggiunta fu di 6.200 metri.

Da allora, passarono cinquant'anni prima che qualcuno riuscisse nell'impresa di toccare la vetta più alta del massiccio. Avvenne, precisamente, il 25 maggio 1955, quando due alpinisti inglesi - George  Band e Joe Brown - vinsero la parete Sud Ovest (Yalung Face). Arrivarono in cima alle tre del pomeriggio, dopo sette ore di scalata, con l'ossigeno suppelementare, da campo 6 posto a circa 8.400 metri.

Il giorno successivo, anche Norman Hardie (con un teodolite per misurazioni scientifiche) e Tony Streather salirono in vetta. O meglio, quasi in vetta. Tutti e quattro, infatti, si fermarono pochi metri sotto per rispetto alla tradizione locale che la ritiene sacra. Lo aveva promesso il capospedizione George Evans - chirurgo 36enne di Londra - al governatore del Sikkim. E la promessa fu rispettata. Si tratta di un'usanza ancor oggi rispettata da tutti gli alpinisti che salgono questa montagna.

La discesa non fu facile. Band venne colpito da oftalmia, e il gruppo soffrì per la carenza di ossigeno. Durante la salita, infatti, gli alpinisti erano stati investiti da una tremenda bufera che li aveva obbligati nelle tende di campo 4 per quasi 60 ore. Ma alla fine, tutto andò bene.

Non fu facile, però, arrivare a questo risultato. Così come non fu facile aprire vie di salita sugli altri versanti nei decenni successivi. Per altri 22 anni, nessuno riuscì più a salire sulla cima. E la storia alpinistica del Kanchenjunga rimane costellata di vittime per incidenti, valanghe, pietre cadute, mal di montagna e tempeste di neve.

Sara Sottocornola

documentprint mail-to